«Their productions swirl with strange, surreal images. They swing from silly to unsettling in a few steps, until audiences are bamboozled. These are shows that refuse to be shaken off».
The Guardian
Peeping Tom
Peeping Tom è una compagnia belga di teatro-danza, fondata da Gabriela Carrizo e Franck Chartier.
Tutto in Peeping Tom parte da un’ambientazione iperrealista. Lo spazio sembra familiare, come una casa di riposo a Vader, due roulotte al 32 di rue Vandenbranden o un salotto a Le Salon. Poi i creatori rompono questo realismo e iniziano a sfidare la logica del tempo, dello spazio e dell’atmosfera. Si diventa testimoni – o meglio, voyeur? – di ciò che di solito rimane nascosto e non detto, si viene portati in mondi subconsci e si scoprono incubi, paure e desideri. Presentata con un ricco immaginario, si scatena un’affascinante battaglia contro l’ambiente e contro se stessi.
Dalla sua fondazione nel 2000 a Bruxelles, Peeping Tom ha presentato le sue creazioni in tutto il mondo. La compagnia ha ricevuto diversi importanti riconoscimenti, tra cui l’Olivier Award nel Regno Unito per 32 rue Vandenbranden, il Patrons Circle Award all’International Arts Festival di Melbourne, il FEDORA Van Cleef & Arpels Prize for Ballet fort La Visita, oltre a diverse selezioni per i Festival teatrali belga e olandese.
Crediti
uno spettacolo di Peeping Tom ideazione e regia Franck Chartier creazione e spettacolo Marie Gyselbrecht, Chey Jurado, Lauren Langlois, Yi-Chun Liu, Sam Louwyck, Romeu Runa, Dirk Boelens, con l’aiuto di Eurudike De Beul assistenza artistica Yi-Chun Liu, Louis-Clément da Costa assistente alla sceneggiatura Imogen Pickles composizione sonora e arrangiamenti Raphaëlle Latini scenografia Justine Bougerol, Peeping Tom luci Tom Wisser coreografia Yi-Chun Liu, Peeping Tom costumi Jessica Harkay, Peeping Tom assistente tecnico Thomas Michaux creazione tecnica e oggetti di scena Filip Timmerman tecnici di tournée Filip Timmermann (stage manager) Clément Michaux (tecnico di palcoscenico), Jo Heijens (ingegnere del suono), Bram Geldhof (ingegnere alle luci) assistente tecnico (creazione) Ilias Johri coordinamento tecnico Giuliana Rienzi costruzione set KVS-atelier, Peeping Tom interni Arthur Demaret (luci) responsabile di produzione Helena Casas, Rhuwe Verrept direttore di tournée Alina Benach Barceló responsabile della comunicazione Sébastien Parizel, Lena Vercauteren direttore di compagnia Veerle Mans
Produzione Peeping Tom
coproduzione KVS – Koninklijke Vlaamse Schouwburg (Brussels), Biennale de la Danse (Lyon), Teatros del Canal (Madrid), Théâtre de la Ville (Paris), The Barbican (London), Tanz Köln (Cologne), Festival Aperto/Fondazione I Teatri (Reggio Emilia), Torinodanza Festival/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (Torino), Teatre Nacional de Catalunya (Barcelona), Espoo City Theatre, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, CC De Factorij Zaventem Distribuzione Frans Brood Productions Peeping Tom ringrazia Lio Nasser, Leietheater (Dienze)
Creato con il supporto del Tax Shelter del Governo Federale Belga
Nel Giro di vite una narratrice senza nome, l’istitutrice dei due bambini, racconta una storia a Douglas, che la racconta a James e agli amici, raccolti attorno al focolare col fiato sospeso. Ma, al principio delle sue scatole cinesi James aggiunse un’altra figura senza nome: il master, lo zio dei bambini, di cui l’istitutrice è innamorata: un dio assente, che per pigrizia ed egoismo si disinteressa di Bly manor e dei suoi abitatori (come forse Dio si disinteressa del nostro mondo); un dio che è il centro vuoto, la causa lontana di tutti gli avvenimenti narrati – la corruzione dei bambini, le apparizioni spettrali, la furia dell’istitutrice, la morte di Miles. Tutti sappiamo cosa James ottenesse con il suo gioco di scatole cinesi. Mentre, da un lato, sembrava allontanare l’orrore e la tenebra con queste cortine di mediazione successive, i suoi veli, le sue reticenze, le sue omissioni, le sue cautele contribuivano d’altra parte ad accrescere la tensione fino a un diapason, che sembra insieme meraviglioso e intollerabile a qualunque lettore.
Al centro della vicenda raccontata in Il Giro di vite di James (1897) c’è un’assenza, un centro vuoto (questa la bellissima definizione di Pietro Citati) attorno al quale gravitano (come il falco della poesia di Yeats citata nel libretto dell’opera) i personaggi con i loro timori, le loro speranze, i loro sogni. La disputa sulla realtà/irrealtà degli spettri (che tanto divide gli esegeti jamesiani) diventa secondaria in quest’ottica. James (e Britten) utilizzano una cornice narrativa per organizzare il loro racconto.
Questa cornice innesca un meccanismo narrativo interessantissimo ed è il punto di partenza della nostra lettura dell’opera.
Nella riscrittura di Britten e di Myfanwy Piper (del 1953) compare una parola che prova a farsi carico, a nominare l’assenza: si tratta del termine latino malo. Compare a più riprese, anche con altri nomi (il primo atto finisce con la parola inglese bad mentre il secondo atto si conclude con la parola malo), ha un suo tema musicale, scorre come un fiume sotteraneo tra le pagine dello spartito, scompare per qualche momento e poi torna, apparizione lontana, spettro costantemente presente tra le mura di Bly Manor.
Francesco Bossaglia, direttore
Bruno Maderna diceva che l’opera è un’avventura umana, un avventura che pone dei problemi a cui i compositori, nel corso dei secoli, hanno provato a dare risposte sempre nuove senza mai risolverli veramente; proprio per questo l’opera lirica rimane un genere sempre vivo ed affascinante.
Benjamin Britten è uno degli autori che più hanno vissuto questa avventura nel corso del ventesimo secolo, con un catalogo di sedici titoli diversissimi tra loro, dall’opera da camera a lavori di grandi proporzioni, dall’opera per bambini alle “church parables” ispirate al teatro Nō; una produzione che nell’arco di più di trent’anni ha scandito la vita artistica di Britten, mettendo in luce un’ispirazione ed un artigianato unici nella storia della musica.
La commissione di The Turn of the Screw viene dalla Biennale di Venezia del 1954, un festival in cui nella sezione cinema si vedevano in concorso La Strada di Fellini e Senso di Visconti, in quella del teatro arrivava all’isola di San Giorgio per la prima volta una compagnia giapponese di teatro nō, e per la musica erano in programma lavori di Hindemith, Maderna, Webern, Piston e Bernstein diretti, tra gli altri, da Bernstein stesso, Celibidache e Cantelli. Al Teatro La Fenice andava in scena la prima italiana di Porgy and Bess.
Per questo contesto Britten scrive un lavoro di grande forza, composto in un linguaggio musicale molto denso e con una originale struttura drammaturgica.
Ogni scena dell’opera è infatti preceduta da un intermezzo musicale. Questi intermezzi, con cui Britten articola le diverse parti dell’opera come fossero scene di un film, sono una serie di variazioni su un tema di dodici suoni (un tema dodecafonico per la Biennale di Venezia) che fa da ponte tra il Prologo introduttivo e la prima scena del primo atto.
Britten è un maestro nel modellare una scenografia musicale partendo dalle situazioni teatrali del libretto: i timpani diventano il suono della carrozza che accompagna il monologo carico di attesa della Governante, il flauto e l’oboe il canto degli uccelli al tramonto, e poi ci sono i suoni del “soprannaturale”, la celesta che, come un carillon diabolico, sottolinea le apparizioni del fantasma Peter Quint, o il trio scuro di flauto contralto, corno inglese e clarinetto basso che avvolge il dialogo notturno tra il piccolo Miles e la Governante.
Accostarsi ad un lavoro di Britten, in particolare ad un lavoro vocale, è un privilegio per qualsiasi musicista e Turn of the screw non fa eccezione.
Con la finezza della scrittura per le voci, Britten descrive un preciso ritratto psicologico dei personaggi e delle loro relazioni; uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di un direttore d’orchestra o di un cantante è proprio quello di andare a ricostruire la vera e propria regia che l’autore ci suggerisce attraverso ogni piccolo segno della partitura.
Fabio Cherstich, scene e drammaturgia dell’immagine
Nell’affrontare questa nuova creazione con Fabio Condemi – la sesta dall’inizio del nostro percorso insieme, cominciato con la messa in scena di Jakob von Gunten di Robert Walser nel 2017 alla Biennale di Teatro di Venezia – ho deciso di proseguire una ricerca visiva incentrata su uno spazio scenico marcatamente installativo, in continua trasformazione, attraverso un montaggio dinamico e cinematografico di scene e quadri, in cui l’azione drammatica acquisti in relazione alla spazialità una forza simbolica e concettuale. Non una scenografia architettonica ma un dispositivo scenico fatto di scatole cinesi, piccoli set dal gusto cinematografico e cambi di livello spaziale che prevedano la visione in contemporanea di più piani temporali dell’azione. Una macchina scenica che Fabio Codemi ed io abbiamo concepito per condurre gli spettatori all’interno di questo viaggio negli abissi dell’uomo – e del male, che è l’Opera di Britten nella nostra rilettura. La mia curatela visiva cerca da sempre di attingere stimoli e suggestioni dal mondo dell’arte contemporanea e per Turn of the screw è stato fondamentale lo studio del lavoro di Gregor Schneider, il controverso artista austriaco famoso per la sua “Haus u r” (La casa morta), progetto di rivisitazione degli spazi domestici della casa di famiglia, in cui gli ambienti della casa sono oggetto di un incessante lavoro di modificazione attraverso la costruzione di muri, di fessure, di corridoi, di finestre murate, di tunnel, che fanno dell’edificio un opera d’arte in continuo divenire, in cui anche gli elementi naturali vengono inscatolati, racchiusi all’interno dell’architettura. Altrettanto importante è stato guardare al lavoro di staged photography di Gregory Crewdson, al cinema horror di Veronica Franz e rileggere con Fabio Condemi l’illuminante “The Weird and the Eerie” di Mark Fisher, riferimento saggistico a cui spesso stiamo tornati nell’andare a comporre la drammaturgia visiva dello spettacolo.
Fabio Condemi mi ha da subito parlato dell’idea di svolgere lo spettacolo come un’indagine, una giallo fatto di indizi che si ricostruiscono soprattutto nella testa di chi guarda.
Ricordo l’entusiasmo col quale ho ascoltato la sua proposta, una lettura molto stimolante, per chi, come me, ha l’ossessione delle immagini e della loro traduzione in materia teatrale.
Da qui l’idea di avere la cornice di un garage-scantinato in cui far ritrovare a un detective gli elementi che andranno, poi, a comporre la storia, che come nell’originale si svolgerà negli spazi “riletti” della grande villa col parco di Bley.
Come in Britten però gli spazi, durante l’indagine, perderanno di definizione, cadranno l’uno nell’altro.
Le due linee spaziali – quella del ritrovamento e quella della storia – inizialmente ben definite, si confondono. Ci sono più piani che si accavallano in scena: il racconto dell’istitutrice, gli appunti ritrovati dal detective di un misterioso personaggio, che prima di lui stava indagando su questo caso, gli appunti del detective stesso che si fa coinvolgere in modo ossessivo, fino a essere preso dal male. Qual è la verità? È continuamente spostata, parziale, distorta e così lo spazio mantiene e traduce questa distorsione in immagini che scivolano l’una nell’altra, in esterni che appaiono dentro agli interni. L’elemento naturale, così presente nel libretto originale, viene presentato in forma di natura selvatica, sinistra, potente, che incombe e si manifesta nelle scene d’interno.
Tutta l’opera diventa così un’indagine anche visiva, fatta di frammenti e di scene che si compongono e scompongono davanti agli spettatori, un’indagine su quel centro vuoto che c’è in Turn of the screw e di cui sempre parla Condemi: un vuoto che da subito mi ha appassionato perché legato a quel mistero profondo e irrappresentabile nella sua unità che è il male.
con CCCP – Fedeli alla linea Daria Bignardi (21/10) Alba Solaro (22/10) Andrea Scanzi con Ezio Bonicelli violino, Simone Filippi chitarra, Luca Rossi basso, Simone Beneventi e Gabriele Genta percussioni regìa e impianto visivo Fabio Cherstich direzione di scena Thaiz Bozano regìa e impianto visivo Fabio Cherstich
produzione Festival Aperto / Fondazione I Teatri in concomitanza con la mostra “Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla linea 1984-2024”, Chiostri di S. Pietro, a cura della Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia.
Partecipa anche alle altre due tappe di John Zorn @ 70!
Lunedì 30 ottobre (ore 20.30)
MODENA, Teatro Storchi
JUMALATTARET (2012)
Words of Magic and Incantations in praise of the Goddesses per soprano e pianoforte
selezione di testi da Kalevala Barbara Hannigan voce Stephen Gosling pianoforte
HEAVEN AND EARTH MAGICKprima italiana Steve Gosling pianoforte Sae Hashimoto vibrafono Jorge Roeder contrabbasso Ches Smith batteria
THE CLASSIC GUIDE TO STRATEGY (1974/….) prima italiana John Zorn sax alto
SIMULACRUMprima italiana John Medeski organo Hammond Matt Hollenberg chitarra elettrica Kenny Grohowski batteria
un progetto di AngelicA a cura di e con John Zorn una coproduzione di Fondazione Teatro Comunale di Modena – Festival l’Altro Suono, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia – Festival Aperto, AngelicA | Centro di Ricerca Musicale con il sostegno della Regione Emilia-Romagna – Assessorato alla Cultura
«Una serata di danza come un viaggio attraverso la tempesta della vita».
Susanne Gietl, ND
«Forse camminare non è mai stato così emozionante. Sul palcoscenico si è scatenata una tempesta e un ululato, dove si sono incontrate le radici del blues e i ritmi di Shakespeare. La coreografia di Anne Teresa De Keersmaeker “EXIT ABOVE” ci porta in una tempesta fulminante. Il pubblico l’ha ringraziata creando un temporale con le mani)».
Coreografia Anne Teresa De Keersmaeker Creata e danzata da Abigail Aleksander, Jean Pierre Buré, Lav Crnčević, José Paulo dos Santos, Rafa Galdino, Carlos Garbin, Nina Godderis, Solal Mariotte, Meskerem Mees, Mariana Miranda, Ariadna Navarrete Valverde, Cintia Sebők, Jacob Storer Musica Meskerem Mees, Jean-Marie Aerts, Carlos Garbin eseguita da Meskerem Mees, Carlos Garbin Scene Michel François Luci Max Adams Costumi Aouatif Boulaich Testi e liriche Meskerem Mees, Wannes Gyselinck Drammaturgia Wannes Gyselinck Direttori delle prove Cynthia Loemij, Clinton Stringer Produzione Rosas Coproduzione Concertgebouw Brugge (Bruges), De Munt / La Monnaie (Brussel / Bruxelles / Brussels), Internationaal Theater Amsterdam, Le théâtre Garonne (Toulouse), GIE FONDOC OCCITANIE (Le Parvis Tarbes, Scène nationale ALBI Tarn, Le Cratère Alès, Scène nationale Grand Narbonne, Théâtre Garonne). Con il supporto di Dance Reflections di Van Cleef & Arpels: Con il supporto del Tax Shelter del Governo Federale Belga, in collaborazione con Casa Kafka Pictures – Belfius. Rosas è supportata da Comunità Fiamminga, Flemish Community Commission (VGC), e da BNP Paribas Foundation.
Prima mondiale 31 maggio 2023, Théâtre National Wallonie-Bruxelles
La musica in Italia durante il XV secolo subì, dopo il risveglio dell’Ars Nova trecentesca, una forte influenza dell’ingente produzione artistica di scuola franco-fiamminga. Non fu interrotta la creazione di musica originale, ma questa si perse per una preferenza, tutta italiana, di improvvisare o comporre alla mente, quello che invece in Europa, sotto la spinta della scuola franco-fiamminga, veniva sapientemente e accuratamente annotato in preziosi codici musicali.
Nelle nuove corti italiane, votatesi al pensiero umanistico, vennero invitati i più grandi compositori europei, come Du Fay o Josquin Des Prez, che portarono il loro nuovo stile e l’unirono al suono della lingua italiana. Insieme a questi furono richiesti anche esperti maestri di danza, perché l’educazione dei giovani fosse più completa possibile (insieme allo svago e al divertimento di tutti), di cui il più grande fu certo Guglielmo Ebreo (autore di un importantissimo trattato di ballo); spesso questi maestri creavano le coreografie dei balli sulla musica improvvisata dai migliori cantanti e strumentisti dell’epoca, altre volte furono loro stessi compositori delle musiche.
Anche gli strumenti musicali furono modificati, avvicinandoci sempre di più a quelli del periodo rinascimentale, pur mantenendo, per lo più, tecniche esecutive legate al secolo precedente.
Le ballate e le canzoni, i balli, le bassedanze, (insieme ai rondeaux e alle chanson francesi), sono le musiche italiane polifonizzate nei due distinti stili: quello nostrano e quello d’oltralpe.
Ensemble Micrologus
Patrizia Bovi, canto e arpa gotica Gabriele Russo, viola, ribeca e liuto Goffredo Degli Esposti, flauti diritti, zufolo e tamburo, cornamusa Crawford Young, liuto