Teatro Cavallerizza

MEIN KAMPF

Prima nazionale : ottobre 2007


"E’ una storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile"
Con queste parole, scritte in occasione del debutto di MEIN KAMPF nel 1987, Gorge Tabori lanciava una nuova provocazione al pubblico viennese.
E anche quella volta fu un successo; l’opera è diventata il suo testo più noto e rappresentato in tutto il mondo.
In Italia è stato allestito nel 1992 al Mittelfest di Cividale del Friuli con la regia dello stesso Tabori.
L’edizione dei Fratellini segna il ritorno alla regia di Egisto Marcucci, dopo un lungo periodo di forzato allontanamento dalla scena. Si ricostituisce così il terzetto che ha caratterizzato la nascita della compagnia nel ’95, con la memorabile edizione de "Le sedie" di Ionesco.

L’autore costruisce uno scenario paradossale per presentarci un improbabile ma verosimile incontro del giovane Hitler, aspirante pittore, con un mendicante ebreo nella grande Vienna avviata alla guerra e alla decadenza.
Il cuore drammaturgico della pièce è rappresentato dalla curiosa ed improbabile amicizia che l’autore fa nascere fra l’ebreo e il futuro capo dei nazisti.
La relazione fra i due si svolge in un ambito stilistico che mescola il realistico, il grottesco e il surreale ironico. I contrari, nella "sberleffo" di Tabori, si incontrano e dialogano.
L’ebreo, con la forza umoristica di chi è stato reso orfano dalla violenza di un pogrom e dalla ferocia di sbirri antisemiti, stravolge devozionalmente il Talmud e la Torah per accogliere benevolmente, con pietas ebraica, le farneticazioni nazionalistiche e razziali di un Hitler isterico, sessuofobo, misogino.
Il futuro Fuhrer ci viene presentato come un ex bambino infelice, nato in una famiglia spietata, con una parziale origine ebraica vergognosa.
E Tabori ci mostra come il terribile capo dei nazisti fu solo un uomo, le sue patologie furono tipicamente umane, l’abbrutimento di un’intera nazione fu umano, il comportamento di schiere di piccoli borghesi in delirio fu umanissimo, umano fu il comportamento sadico di aguzzini che – smessa la divisa- tornarono alle loro piccole vite.
E la pièce ci presenta uomini che alimentano questa amicizia con episodi di lotta efferata a momenti di servilismo, di contesa e di rivalità in una convivenza naturale fra gli opposti che li condurrà ad un euforico banchetto di sangue.
Sono mondi che evocano il reale unito all’immaginario, la capacità di ridere di tutto, di trovare l’umorismo e l’ironia persino nelle situazioni più disperate.
Sono mondi che evocano miti antichi, attraverso voci moderne e corpi in cui il passato e il presente sono uniti dalla presenza del gioco.
Tabori con umorismo nero, spietato, alternato ad improvvisi squarci poetici, ci racconta un universo in cui il male riesce a presentarsi con una gradibilità accettabile: è la banalità del male, la realtà effettuale dell’assurdo, dove l’unico modo per arrivare alla salvezza è il rovesciamento dei valori.
E l’ebreo Tabori sa che non c’è scandalo in tutto questo.