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I Teatri di Reggio Emilia

I Teatri di Reggio Emilia

Fondazione I Teatri Reggio Emilia

Biglietteria (si apre in una nuova finestra)

Otello

È proprio a quest’ultimo che Iago, geloso dei meriti di Cassio, fa credere di un amore tra l’amata Desdemona e Cassio, sebbene tra i due ci sia solo una grande amicizia. Iago, con l’intento di screditare Cassio agli occhi di Otello, lo spinge all’ubriachezza con l’inganno e segue una rissa tra il giovane e Roderigo.

Otello interviene fermando Cassio e togliendogli il grado militare. Pentito, Cassio decide, su consiglio di Iago, di chiedere aiuto a Desdemona per riavvicinarsi al Moro e, allo stesso tempo, Iago lascia intendere ad Otello che ci sia una relazione amorosa tra il giovane militare e la moglie. Così quando Desdemona, ignara di tutto, chiede al Moro di reintegrare Cassio, il marito scoppia di gelosia. Inoltre, Iago, tramite l’aiuto inconsapevole della moglie Emilia, ancella di Desdemona, riesce a rubare il fazzoletto regalato da Otello all’amata come pegno d’amore e, dopo averlo consegnato tramite l’inganno a Cassio, fa notare al Moro sia che la donna non lo possiede più, sia che lo tiene in pegno proprio Cassio.

Arriva a palazzo un messaggio dal Doge: Otello deve tornare a Venezia e il comando di Cipro è assegnato a Cassio. La reazione della moglie rende il Moro ancora più folle di gelosia e, dopo averla aggredita davanti a tutti i presenti, decide di vendicarsi uccidendo Desdemona. Durante la notte, Otello soffoca la moglie. Scoperto da Emilia, accorrono tutti gli ospiti del castello e, resasi conto dell’inganno, Emilia racconta delle angherie di Iago. Disperato, Otello si toglie la vita sul corpo della moglie.

Foto di Gianni Cravedi

Anna Bolena

Dalle note di Regia di Carmelo Rifici

Qui bel canto e interpretazione magicamente si sposano
Ho immaginato uno spazio che impedisce ai personaggi di trovare protezione o conforto. Uno spazio in bilico. Voglio restituire al pubblico quella stessa sensazione inarrestabile che ho provato anche io studiando l’opera. Lo spazio non è rassicurante, ma cangiante, labirintico. Porta i personaggi alla perdizione e allo smarrimento. Allo stesso tempo non è uno spazio realistico, ma dell’anima. Le stanze che i personaggi attraversano sono stanze interiori, aprono le porte alle loro paure, alle loro pulsioni più brutali. Per questo ho evitato dettagli troppo realistici, preferendo, al contrario, immaginare oggetti e suppellettili simbolici e artistici, capaci di contenere la forza brutale del dramma, ma anche di far vivere l’esigenza sentimentale dei personaggi, il loro bisogno di amore (…). Esattamente come la scena, anche i costumi devono riverberare di quella forza drammatica di cui i personaggi sono intrisi. I costumi di questo spettacolo non sono “decorativi” ma “strutturali”, nei loro colori accesi, nella forza della loro materia, nel taglio contemporaneo, hanno il compito di creare nel pubblico un immaginario universale, capace ancora di parlarci, di renderci responsabili di una vicenda umana.
Viviamo in un tempo che non ha superato l’ambizione personale, anzi, la storia contemporanea ci mostra di quanta efferatezza si nutra il potere, ancora ingordo di ingiustizie. La forza di questa Bolena, che fa della sua protagonista un monito, troppo umano per lasciarci freddi e distaccati, sta proprio nella capacità del suo creatore di immedesimazione.

Foto di Foto Masiar Pasquali

Peeping Tom

PROGRAMMA DI SALA

«Their productions swirl with strange, surreal images. They swing from silly to unsettling in a few steps, until audiences are bamboozled. These are shows that refuse to be shaken off».

The Guardian

Peeping Tom

Peeping Tom è una compagnia belga di teatro-danza, fondata da Gabriela Carrizo e Franck Chartier.
Tutto in Peeping Tom parte da un’ambientazione iperrealista. Lo spazio sembra familiare, come una casa di riposo a Vader, due roulotte al 32 di rue Vandenbranden o un salotto a Le Salon. Poi i creatori rompono questo realismo e iniziano a sfidare la logica del tempo, dello spazio e dell’atmosfera. Si diventa testimoni – o meglio, voyeur? – di ciò che di solito rimane nascosto e non detto, si viene portati in mondi subconsci e si scoprono incubi, paure e desideri. Presentata con un ricco immaginario, si scatena un’affascinante battaglia contro l’ambiente e contro se stessi.

Dalla sua fondazione nel 2000 a Bruxelles, Peeping Tom ha presentato le sue creazioni in tutto il mondo. La compagnia ha ricevuto diversi importanti riconoscimenti, tra cui l’Olivier Award nel Regno Unito per 32 rue Vandenbranden, il Patrons Circle Award all’International Arts Festival di Melbourne, il FEDORA Van Cleef & Arpels Prize for Ballet fort La Visita, oltre a diverse selezioni per i Festival teatrali belga e olandese.

Crediti

uno spettacolo di Peeping Tom 
ideazione e regia Franck Chartier 
creazione e spettacolo Marie Gyselbrecht, Chey Jurado, Lauren Langlois, Yi-Chun Liu, Sam Louwyck, Romeu Runa, Dirk Boelens, con l’aiuto di Eurudike De Beul
assistenza artistica Yi-Chun Liu, Louis-Clément da Costa 
assistente alla sceneggiatura Imogen Pickles
composizione sonora e arrangiamenti Raphaëlle Latini 
scenografia Justine Bougerol, Peeping Tom 
luci Tom Wisser
coreografia Yi-Chun Liu, Peeping Tom 
costumi Jessica Harkay, Peeping Tom 
assistente tecnico Thomas Michaux 
creazione tecnica e oggetti di scena Filip Timmerman 
tecnici di tournée Filip Timmermann (stage manager) Clément Michaux (tecnico di palcoscenico), Jo Heijens (ingegnere del suono), Bram Geldhof (ingegnere alle luci)
assistente tecnico (creazione) Ilias Johri
coordinamento tecnico Giuliana Rienzi 
costruzione set KVS-atelier, Peeping Tom 
interni Arthur Demaret (luci)
responsabile di produzione Helena Casas, Rhuwe Verrept
direttore di tournée Alina Benach Barceló
responsabile della comunicazione Sébastien Parizel, Lena Vercauteren
direttore di compagnia Veerle Mans

Produzione Peeping Tom

coproduzione KVS – Koninklijke Vlaamse Schouwburg (Brussels), Biennale de la Danse (Lyon), Teatros del Canal (Madrid), Théâtre de la Ville (Paris), The Barbican (London), Tanz Köln (Cologne), Festival Aperto/Fondazione I Teatri (Reggio Emilia), Torinodanza Festival/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (Torino), Teatre Nacional de Catalunya (Barcelona), Espoo City Theatre, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, CC De Factorij Zaventem
Distribuzione Frans Brood Productions  
Peeping Tom ringrazia Lio Nasser, Leietheater (Dienze)

Creato con il supporto del Tax Shelter del Governo Federale Belga

Partner

Fondatori





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The turn of the screw (Il giro di vite)

Nel Giro di vite una narratrice senza nome, l’istitutrice dei due bambini, racconta una storia a Douglas, che la racconta a James e agli amici, raccolti attorno al focolare col fiato sospeso. Ma, al principio delle sue scatole cinesi James aggiunse un’altra figura senza nome: il master, lo zio dei bambini, di cui l’istitutrice è innamorata: un dio assente, che per pigrizia ed egoismo si disinteressa di Bly manor e dei suoi abitatori (come forse Dio si disinteressa del nostro mondo); un dio che è il centro vuoto, la causa lontana di tutti gli avvenimenti narrati – la corruzione dei bambini, le apparizioni spettrali, la furia dell’istitutrice, la morte di Miles. Tutti sappiamo cosa James ottenesse con il suo gioco di scatole cinesi. Mentre, da un lato, sembrava allontanare l’orrore e la tenebra con queste cortine di mediazione successive, i suoi veli, le sue reticenze, le sue omissioni, le sue cautele contribuivano d’altra parte ad accrescere la tensione fino a un diapason, che sembra insieme meraviglioso e intollerabile a qualunque lettore.

Pietro Citati

OPERAVISION

Fabio Condemi, regista

Al centro della vicenda raccontata in Il Giro di vite di James (1897) c’è un’assenza, un centro vuoto (questa la bellissima definizione di Pietro Citati) attorno al quale gravitano (come il falco della poesia di Yeats citata nel libretto dell’opera) i personaggi con i loro timori, le loro speranze, i loro sogni. La disputa sulla realtà/irrealtà degli spettri (che tanto divide gli esegeti jamesiani) diventa secondaria in quest’ottica. James (e Britten) utilizzano una cornice narrativa per organizzare il loro racconto.

Questa cornice innesca un meccanismo narrativo interessantissimo ed è il punto di partenza della nostra lettura dell’opera.

Nella riscrittura di Britten e di Myfanwy Piper (del 1953) compare una parola che prova a farsi carico, a nominare l’assenza: si tratta del termine latino malo. Compare a più riprese, anche con altri nomi (il primo atto finisce con la parola inglese bad mentre il secondo atto si conclude con la parola malo), ha un suo tema musicale, scorre come un fiume sotteraneo tra le pagine dello spartito, scompare per qualche momento e poi torna, apparizione lontana, spettro costantemente presente tra le mura di Bly Manor.

 

Francesco Bossaglia, direttore

Bruno Maderna diceva che l’opera è un’avventura umana, un avventura che pone dei problemi a cui i compositori, nel corso dei secoli, hanno provato a dare risposte sempre nuove senza mai risolverli veramente; proprio per questo l’opera lirica rimane un genere sempre vivo ed affascinante.
Benjamin Britten è uno degli autori che più hanno vissuto questa avventura nel corso del ventesimo secolo, con un catalogo di sedici titoli diversissimi tra loro, dall’opera da camera a lavori di grandi proporzioni, dall’opera per bambini alle “church parables” ispirate al teatro Nō; una produzione che nell’arco di più di trent’anni ha scandito la vita artistica di Britten, mettendo in luce un’ispirazione ed un artigianato unici nella storia della musica.
La commissione di The Turn of the Screw viene dalla Biennale di Venezia del 1954, un festival in cui nella sezione cinema si vedevano in concorso La Strada di Fellini e Senso di Visconti, in quella del teatro arrivava all’isola di San Giorgio per la prima volta una compagnia giapponese di teatro nō, e per la musica erano in programma lavori di Hindemith, Maderna, Webern, Piston e Bernstein diretti, tra gli altri, da Bernstein stesso, Celibidache e Cantelli. Al Teatro La Fenice andava in scena la prima italiana di Porgy and Bess.

Per questo contesto Britten scrive un lavoro di grande forza, composto in un linguaggio musicale molto denso e con una originale struttura drammaturgica.

Ogni scena dell’opera è infatti preceduta da un intermezzo musicale. Questi intermezzi, con cui Britten articola le diverse parti dell’opera come fossero scene di un film, sono una serie di variazioni su un tema di dodici suoni (un tema dodecafonico per la Biennale di Venezia) che fa da ponte tra il Prologo introduttivo e la prima scena del primo atto.
Britten è un maestro nel modellare una scenografia musicale partendo dalle situazioni teatrali del libretto: i timpani diventano il suono della carrozza che accompagna il monologo carico di attesa della Governante, il flauto e l’oboe il canto degli uccelli al tramonto, e poi ci sono i suoni del “soprannaturale”, la celesta che, come un carillon diabolico, sottolinea le apparizioni del fantasma Peter Quint, o il trio scuro di flauto contralto, corno inglese e clarinetto basso che avvolge il dialogo notturno tra il piccolo Miles e la Governante.
Accostarsi ad un lavoro di Britten, in particolare ad un lavoro vocale, è un privilegio per qualsiasi musicista e Turn of the screw non fa eccezione.
Con la finezza della scrittura per le voci, Britten descrive un preciso ritratto psicologico dei personaggi e delle loro relazioni; uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di un direttore d’orchestra o di un cantante è proprio quello di andare a ricostruire la vera e propria regia che l’autore ci suggerisce attraverso ogni piccolo segno della partitura.

 

Fabio Cherstich, scene e drammaturgia dell’immagine

Nell’affrontare questa nuova creazione con Fabio Condemi – la sesta dall’inizio del nostro percorso insieme, cominciato con la messa in scena di Jakob von Gunten di Robert Walser nel 2017 alla Biennale di Teatro di Venezia – ho deciso di proseguire una ricerca visiva incentrata su uno spazio scenico marcatamente installativo, in continua trasformazione, attraverso un montaggio dinamico e cinematografico di scene e quadri, in cui l’azione drammatica acquisti in relazione alla spazialità una forza simbolica e concettuale. Non una scenografia architettonica ma un dispositivo scenico fatto di scatole cinesi, piccoli set dal gusto cinematografico e cambi di livello spaziale che prevedano la visione in contemporanea di più piani temporali dell’azione. Una macchina scenica che Fabio Codemi ed io abbiamo concepito per condurre gli spettatori all’interno di questo viaggio negli abissi dell’uomo – e del male, che è l’Opera di Britten nella nostra rilettura. La mia curatela visiva cerca da sempre di attingere stimoli e suggestioni dal mondo dell’arte contemporanea e per Turn of the screw è stato fondamentale lo studio del lavoro di Gregor Schneider, il controverso artista austriaco famoso per la sua “Haus u r” (La casa morta), progetto di rivisitazione degli spazi domestici della casa di famiglia, in cui gli ambienti della casa sono oggetto di un incessante lavoro di modificazione attraverso la costruzione di muri, di fessure, di corridoi, di finestre murate, di tunnel, che fanno dell’edificio un opera d’arte in continuo divenire, in cui anche gli elementi naturali vengono inscatolati, racchiusi all’interno dell’architettura. Altrettanto importante è stato guardare al lavoro di staged photography di Gregory Crewdson, al cinema horror di Veronica Franz e rileggere con Fabio Condemi l’illuminante “The Weird and the Eerie” di Mark Fisher, riferimento saggistico a cui spesso stiamo tornati nell’andare a comporre la drammaturgia visiva dello spettacolo.

Fabio Condemi mi ha da subito parlato dell’idea di svolgere lo spettacolo come un’indagine, una giallo fatto di indizi che si ricostruiscono soprattutto nella testa di chi guarda.

Ricordo l’entusiasmo col quale ho ascoltato la sua proposta, una lettura molto stimolante, per chi, come me, ha l’ossessione delle immagini e della loro traduzione in materia teatrale.

Da qui l’idea di avere la cornice di un garage-scantinato in cui far ritrovare a un detective gli elementi che andranno, poi, a comporre la storia, che come nell’originale si svolgerà  negli spazi “riletti” della grande villa col parco di Bley.

Come in Britten però gli spazi, durante l’indagine, perderanno di definizione, cadranno l’uno nell’altro.

Le due linee spaziali – quella del ritrovamento e quella della storia – inizialmente ben definite, si confondono. Ci sono più piani che si accavallano in scena: il racconto dell’istitutrice, gli appunti ritrovati dal detective di un misterioso personaggio, che prima di lui stava indagando su questo caso, gli appunti del detective stesso che si fa coinvolgere in modo ossessivo, fino a essere preso dal male. Qual è la verità? È continuamente spostata, parziale, distorta e così lo spazio mantiene e traduce questa distorsione in immagini che scivolano l’una nell’altra, in esterni che appaiono dentro agli interni. L’elemento naturale, così presente nel libretto originale, viene presentato in forma di natura selvatica, sinistra, potente, che incombe e si manifesta nelle scene d’interno.

Tutta l’opera diventa così un’indagine anche visiva, fatta di frammenti e di scene che si compongono e scompongono davanti agli spettatori, un’indagine su quel centro vuoto che c’è in Turn of the screw e di cui sempre parla Condemi: un vuoto che da subito mi ha appassionato perché legato a quel mistero profondo e irrappresentabile nella sua unità che è il male.

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Gran Gala Punkettone di parole e immagini

Crediti

con
CCCP – Fedeli alla linea
Daria Bignardi (21/10)

Alba Solaro (22/10)
Andrea Scanzi

con Ezio Bonicelli violino, Simone Filippi chitarra, Luca Rossi basso, Simone Beneventi
e Gabriele Genta percussioni
regìa e impianto visivo Fabio Cherstich
direzione di scena Thaiz Bozano
regìa e impianto visivo Fabio Cherstich

produzione Festival Aperto / Fondazione I Teatri
in concomitanza con la mostra “Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla linea 1984-2024”, Chiostri di S. Pietro,
a cura della Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia.

John Zorn @ 70

Partecipa anche alle altre due tappe di John Zorn @ 70!

Lunedì 30 ottobre (ore 20.30)
MODENA, Teatro Storchi

JUMALATTARET (2012)
Words of Magic and Incantations in praise of the Goddesses per soprano e pianoforte
selezione di testi da Kalevala
Barbara Hannigan voce
Stephen Gosling pianoforte

HEAVEN AND EARTH MAGICK prima italiana
Steve Gosling pianoforte
Sae Hashimoto vibrafono
Jorge Roeder contrabbasso
Ches Smith batteria

THE CLASSIC GUIDE TO STRATEGY (1974/….) prima italiana
John Zorn sax alto

SIMULACRUM prima italiana
John Medeski organo Hammond
Matt Hollenberg chitarra elettrica
Kenny Grohowski batteria

BIGLIETTI ONLINE

Martedì 31 ottobre (ore 24)
BOLOGNA, Basilica di Santa Maria Dei Servi

THE HERMETIC ORGAN • Office No. 29  (2011/….)
John Zorn organo, sax alto

BIGLIETTI ONLINE

Crediti

un progetto di AngelicA a cura di e con John Zorn
una coproduzione di Fondazione Teatro Comunale di Modena – Festival l’Altro Suono,
Fondazione I Teatri di Reggio Emilia – Festival Aperto, AngelicA | Centro di Ricerca Musicale

con il sostegno della Regione Emilia-Romagna – Assessorato alla Cultura

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ISO 9001Ente di accreditamento Accredia

Fondazione I TEATRI - Piazza Martiri del 7 luglio, 7 - 42121, Reggio Emilia - tel 0522 458811 - P.IVA 01699800353 - CF 91070780357

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