Ubu vuole a tutti i costi diventare re e prendere il potere, per fare questo tutto è possibile. Ubu è grottesco, ingombrante, è vigliacco, vittima, carnefice, buffone, ma soprattutto feroce, ci fornisce una prospettiva sulla realtà, perché se di Ubu c’è n’è uno solo i suoi imitatori sono tanti e non hanno del suo modello la consistenza fantastica.
Non c’è più differenza fra bene e male, giusto e ingiusto, onesto e disonesto, non c’è differenza tra i personaggi tronfi e ridicoli, folli e tragici sul palcoscenico e quelli della vita reale. Forse siamo tutti diventati un po’ Ubu?
Ubu ci costringe a misurarci con una umanità ormai deformata, incapace d’empatia e di condivisione.
Chi ci salverà? Ci salverà la luna, quella luna raggiunta da tanti viaggi poetici istantanei come dardi, senza implicazioni tecnologiche, consumata da analogie, riflessioni, sogni. Ci salverà la scienza delle soluzioni immaginare che ci può fare vedere un universo fatto di eccezioni. Ci salveranno i lunatici, i fragili portatori di mille sensazioni piacevoli, quelli che manifestano ogni volta una dolce illusione, quelli che ci fanno volare nello spazio salvi e liberi di pensare, quelli che ci guardano come magnifico sogno, quelli che parlano alla luna e passeggiano nell’attesa di una poesia.
Abbiamo ambientato Ubu in un Luna Park, un luogo di divertimento, magico e realista, ma anche luogo di distrazione, sbadataggine, superficialità, noncuranza, trascuratezza, e anche lo spazio diventa specchio del genere umano.
In scena persone con fragilità e disagio psichico, un gruppo di straordinaria umanità, che amalgama dolore e piacere, caos e ordine, follia e normalità, in una continua alternanza di emozioni, e che trasforma la fatica del vivere in poesia.