Teatro Cavallerizza

UDIENZA

Scritto nel 1975 – quando i carri armati avevano da tempo schiacciato il sogno della Primavera di Praga – l’atto unico Udienza ci presenta un colloquio al tempo stesso realissimo e grottesco: perseguitato per le sue idee, e di conseguenza costretto a guadagnarsi da vivere come scaricatore di barili in uno squallido birrificio, un drammaturgo è ricevuto dal «capo» alcolizzato da cui dipende tutto il suo destino. Havel, radiato dall’Associazione degli scrittori cecoslovacchi e messo a tacere come tutti gli intellettuali sostenitori del nuovo corso dubcekiano, andando così a nutrire le fila degli ex-operatori culturali costretti, da un giorno con l’altro, a diventare lavoratori manuali, visse personalmente le frustrazioni e le contraddizioni di un mondo diviso fra oppositori di un regime totalitario e repressivo e persone consapevolmente o inconsapevolmente consenzienti.
In questa «udienza» dai riverberi ora sinistri, ora superbamente comici, si dimostra uno spietato analista dei meccanismi che portano alla repressione delle libertà individuali, che trasformano gli uomini in delatori, vittime e carnefici.

VÀCLAV HAVEL (Praga, 5 ottobre 1936)
A seguito del colpo di stato appoggiato dall’Unione Sovietica nel 1948, la famiglia di Havel subì molte discriminazioni per essere stata benestante ed accusata di simpatie filo-tedesche, tanto che Havel incontrò grandi difficoltà a proseguire gli studi dopo il periodo della scuola obbligatoria, riuscendo tuttavia a frequentare i corsi serali dell’Università Tecnica Cecoslovacca. Dopo il servizio militare iniziò la sua esperienza in teatro, prima come tecnico, poi come drammaturgo.
Sull’onda della repressione seguita alla fine della Primavera di Praga nel 1968 fu bandito dal teatro e iniziò un’intensa attività politica, culminata con la pubblicazione del manifesto Charta 77, la cui scrittura prese spunto dall’imprigionamento dei componenti della formazione musicale ceca di musica psichedelica dei Plastic People of the Universe. Il suo attivismo politico di dissidente gli costò cinque anni di prigione.
Sostenitore appassionato della non-violenza, è stato uno dei leader della cosiddetta Rivoluzione di Velluto del 1989. Il 29 dicembre 1989, nella sua qualità di capo del Forum Civico, fu eletto presidente dall’Assemblea Federale. Dopo le libere elezioni del 1990 ne mantenne la presidenza. Nonostante le crescenti tensioni interne, Havel si batté con vigore per il mantenimento della federazione fra Cechi e Slovacchi in occasione della dissoluzione della Cecoslovacchia, il cosiddetto Divorzio di Velluto. È stato l’ultimo presidente della Cecoslovacchia ed il primo presidente della Repubblica Ceca.
Havel lasciò la carica dopo il secondo mandato come presidente della Repubblica Ceca, il 2 febbraio 2003. Gli è succeduto, il 28 febbraio 2003 Václav Klaus, uno dei suoi più decisi oppositori.
La commedia Catastrofe di Samuel Beckett è ispirata alla sua vita.

NOTE DI REGIA
All’approccio del testo Udienza di Vacklav Havel pensavo che l’autore avesse inventato di sana pianta una situazione tipo, di quelle che si verificavano in Cecoslovacchia negli anni settanta e ne avesse ricavato materiale per esprimere pensieri circa lo stato delle cose. Poi mi colpì molto una foto di Havel che lo ritraeva operaio in una fabbrica di birra. Da una sua autobiografia ho scoperto poi che aveva fatto l’operaio in quella fabbrica per una decina di mesi per cercare di rompere la palude del suo isolamento forzato al di fuori dell’ambito del teatro, dopo i fatti del 68. Ho poi letto un suo saggio Il potere dei senza potere (’I Coriandoli’ Garzanti trad. Antonietta Tartagni) dove non era spiegato il testo, ma a proposito di quell’esperienza, appariva qualcosa che evidentemente era come una struttura ossea che non era più possibile ignorare e che mi ha guidato per la nostra messa in scena.
"Quando nel 1974 ero impiegato in un birrificio, il mio capo era un certo S.: un intenditore, un uomo che aveva orgoglio professionale e teneva molto che da noi si producesse della buona birra. Trascorreva quasi tutto il suo tempo in fabbrica, pensava continuamente a migliorie, ci tormentava con il presupposto che tutti amassimo come lui la fabbricazione della birra; è quasi inimmaginabile che esista nell’incuria socialista un lavoratore più costruttivo. La direzione, composta da individui che certamente si intendevano meno del loro mestiere e lo amavano di meno, ma che erano politicamente più influenti, aveva lasciato che le loro cose andassero di male in peggio, non solo non davano nessun ascolto ai suggerimenti di S., ma anzi si mostrava sempre più dura nei suoi confronti e in tutti i modi ne vanificava il lavoro. La situazione arrivò al punto che a S. non restò altro che scrivere una lunga lettera alla direzione generale in cui tentò di elencare tutte le disfunzioni della fabbrica, e di spiegare perché era la peggiore della regione, indicando anche i responsabili. La sua voce avrebbe potuto essere ascoltata: il direttore politicamente influente, ma ignorante di birra, intrigante e strafottente verso gli operai, avrebbe potuto essere allontanato, e grazie all’iniziativa di S., la situazione avrebbe potuto cambiare in meglio. Se le cose fossero così, questo sarebbe un buon esempio di "lavoro minuto". Ma purtroppo ciò non accade: il direttore del birrificio- in quanto membro del comitato distrettuale del partito- aveva le sue buone conoscenze in alto e brigò perché tutto andasse come gli faceva comodo; l’analisi di S. fu definita un "libello diffamatorio", S. fu bollato come criminale politico, fu espulso dalla fabbrica e sbattuto a fare un lavoro dequalificato. Il "lavoro minuto" aveva raggiunto un muro: il sistema post-totalitario. S. si era ribellato, non era stato alle regole del gioco; "aveva aperto" dicendo la verità e finiva come "subcittadino" con il marchio di nemico che ormai non poteva più dire niente e non poteva- per principio- essere ascoltato. Diventò il "dissidente" del birrificio della Boemia orientale.
Un uomo non diventa "dissidente" perché un giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore, combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e messo in opposizione alle stesse. All’inizio non vi era altro che l’intenzione di far bene il proprio lavoro, alla fine c’è il marchio di un nemico.
Un buon lavoro è quindi realmente la critica di una cattiva politica."
Accanto a questo brano mi ha molto colpito un reportage di un giornalista ceco durante i giorni decisivi della ’rivoluzione di velluto’:
’Martedì 28 Novembre, poco dopo mezzogiorno, quando l’atmosfera intorno al tavolo dove erano riuniti i rappresentanti del governo federale e dell’opposizione si era fatta pesante e il dialogo sembrava essere arrivato a un punto morto, Vaclav Havel disse con espressione seria: "Propongo che noi tutti…ora si rida"’ Pietro Bontempo