Performance at school

Fascinum


Arturo Cannistrà coreografo
Francesco Germini consulenza musicale
Viviana Sassi drammaturgia
 
Costo di partecipazione a classe: euro 200,00 + IVA
Periodo: da concordarsi
Durata: 3 incontri di 2 ore ciascuno (comprensivi di performance finale) a scuola
Destinatari: biennio e triennio
La performance finale avrà per interpreti gli stessi studenti
 
Proposta 1. Narrarsi
Non esiste una storia se non la raccontiamo. Non costruiremo mai la nostra identità se non siamo capaci di narrarci. E narrare è anche narrarsi. La narrazione è uno strumento chiave per crescere, diventare adulti consapevoli. Voi siete i dedicatari di una narrazione che racconterete ad altri tramite il linguaggio del corpo non meno efficace della parola, anzi, vi stupirete di come, attraverso la gestualità, riuscirete a comunicare un mondo emozionale che vi accomunerà al protagonista di questa storia.
Pin è un bambino di 10 anni, solo, fragile, ribelle. Piccolo tra i grandi, grande tra i piccoli, il suo atteggiamento rivela un profondo disagio, un senso di non appartenenza alla realtà che lo circonda. Ama la natura, il silenzio e la solitudine dei boschi nei quali si addentra come se volesse carpirne i segreti perché anche lui ha un segreto che custodisce gelosamente. Vive costantemente sospeso tra sogno e realtà, in una dimensione onirica in cui tutto si mescola, si confonde. Pin custodisce un oggetto minaccioso agli occhi degli altri ma simbolo di orgoglioso possesso per lui: un'arma che ha furtivamente sottratto ad un soldato tedesco. Pin sente forte il desiderio di misurarsi con l’adulto, cerca di immaginare se stesso, un giorno, dentro un corpo d'adulto e il possesso di quell'oggetto lo fa sentire più grande, più sicuro; è come se lo aiutasse nel difficile percorso della costruzione del sé. Teme di perderlo e intorno a sé vede solo persone ostili, nemiche, lontane dal suo mondo. Come impedire che queste persone si impossessino del suo " sogno"? Come proteggere, custodire quell'oggetto simbolo per lui di libertà e di autoaffermazione? Ecco, nel mistero del bosco, Pin trova la sua risposta. Ma, come per magia, nel bosco avviene anche l'incontro con l’unica persona di cui sente di potersi fidare, Cugino, un gigante buono che apre in Pin la speranza di un mondo di adulti migliore. E con lui Pin decide di condividere il suo segreto. Questa storia si costruisce in un continuo rimando tra voi che narrate e coloro che" ascoltano" il linguaggio del vostro corpo. E' come se durante il vostro racconto voi creaste una sorta di "democrazia delle immagini", un dialogo tra l'invisibile e il visibile. E' una complicità creativa tra narratore e spettatore-ascoltatore. Dal potere della parola al potere del gesto: il fascino seduttivo della narrazione genera sensazioni, emozioni di speciale risonanza nello spettatore e nel suo mondo immaginario, un patrimonio unico e singolare che lo distingue dagli altri.
Questa narrazione, liberamente tratta dal lungo racconto di Italo Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno” vuole essere per voi e per coloro che vi ascolteranno lo stimolo ad una riflessione sul dramma nel mondo di un’infanzia negata, di bambini che vivono in zone di guerra, costretti ad impugnare le armi, a subire violenze, bambini condannati alla sofferenza, a soprusi da cui non possono difendersi, bambini che non hanno diritto a nulla.
Non dimentichiamolo: l’infanzia negata è un bambino senza sogni né futuro.
Viviana Sassi
 
Proposta 2. Fascinum
È una scelta intenzionale quella del termine fascinum da cui deriva la parola italiana fascino. L’ambiguità del suo significato di attrazione seduttiva con l'accezione negativa di malia, di incanto, di “stregoneria”, interessa il nostro percorso che intende proporre in chiave ironica una riflessione sul comportamento o meglio sui comportamenti soprattutto giovanili di fronte a certe situazioni. Il tema del grottesco e dell'assurdo si intreccia con la riflessione sulle capacità dei giovani di gestire il proprio mondo emotivo in relazione agli input negativi e positivi che provengono dal mondo esterno. Un rapporto equilibrato tra stima e autostima consente a qualunque individuo di costruire un’immagine positiva di sé. Maggiore sarà la distanza tra ciò che siamo e le nostre aspettative, minore sarà la stima di noi stessi. “...codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” afferma Eugenio Montale nella poesia “Non chiederci la parola” a sottolineare che non esistono formule magiche che possano dare una risposta ai tanti interrogativi della vita.
 
Immaginate che accada anche a voi quello che è accaduto a Vitangelo Moscarda protagonista del romanzo “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello.
Una mattina, qualcuno vi dice che avete il naso storto e voi, guardandovi allo specchio, vedete riflessa una immagine distorta e deformata, frutto della vostra suggestione. Ovviamente voi non siete così; quella è l’idea che gli altri hanno di voi. Da un rapporto io-voi ad un rapporto io-io: comincia così il vostro viaggio introspettivo tra immaginazione e realtà, in una dimensione onirica dal forte potere suggestivo. Il “fascino” esercitato su di voi ha decisamente messo in crisi la vostra autostima fino a farvi credere di essere quello che non siete o ha forse gettato la maschera che indossavate come difesa e protezione dal mondo esterno? O sono gli altri delle maschere che si muovono come fantocci, come personalità non sviluppate, oppresse dal contesto sociale? Ecco che in una condizione grottesca, paradossale, il tema del “fascinum” si intreccia con quello della maschera. Questo termine dal latino medievale “masca” (strega) significa per derivazione fantasma o travestimento spaventoso. Usato dalle società arcaiche in riti dal significato magico-sacrale, ha assunto nel tempo significati diversi fino ad arrivare in età moderna a rappresentare metaforicamente il mondo dell’apparenza nel contrasto vita-forma, persona-personaggio. “La vita è come un palcoscenico su cui possono accadere le cose più strane ed insensate, è uno spettacolo a cui possiamo decidere se partecipare o meno” afferma Luigi Pirandello. Le maschere interpretano la loro parte, “fanno il loro gioco”; potremmo restare tutta la vita spettatori o scegliere di metterci in gioco anche noi. Quello che è certo è che potremo lasciare cadere la maschera e ritrovare la gioia di essere noi stessi solo quando ci sentiremo “abbastanza” e non avremo paura del confronto, paura che minaccia la nostra autostima e mette un collare alla nostra vita.
Viviana Sassi
 
Ultimo aggiornamento: 27/09/19