Palcoscenico del Teatro Valli
Sabato 27 ottobre 2018, ore 18.00

Les murs ont la parole. Suoni intorno al 68

Mirco Ghirardini - Andrea Rebaudengo - Simone Beneventi

pianoforte - clarinetti e sax - percussioni
 
Edison Denisov, Ode a Che Guevara, per clarinetto, pianoforte e percussioni (1968)
Mauricio Kagel, Ludvig van. Homage by Beethoven, per organico indeterminato (1970)
Luis Andriessen, Trepidus, per pianoforte solo (1983)
Nam June Paik, Solo for Violin (1962)
Eric Dolphy, God Bless the Child, per clarinetto basso solo (1963)
Davide Mosconi, Grande accordo cromatico (1976)
Ornette Coleman, Broadway Blues, per sax, pianoforte e percussioni (1968 - arr. Rebaudengo)
Giovanni Mancuso, Revolution no. 68 - Free Mystic Kabarett (2018) > commissione e prima assoluta
Steve Reich, Pendulum music, per microfoni, monitor amplificatori e performer (1968)
 
Un’escursione musicale prima durante e dopo l’anno fatidico 1968. Nel suo cuore, nelle sue conseguenze, nei suoi presupposti – dato che un 68 non nasce dal nulla.
L’anno in cui, secondo lo slogan del maggio parigino, i “muri hanno la parola”. C’est à dire que: l’imprevisto prende la parola, le gerarchie si ritrovano corrose, l’immaginazione cerca il potere, la trasgressione sostituisce l’obbedienza, così nelle piazze e nella protesta come nelle arti e nei linguaggi.
Gli studenti, gli operai, i costumi, il sesso – certo – ma anche la musica che disconosce l’accademia, o la schernisce con gusto.
Del primo evento sociale global-mediatico della storia (guerre escluse) questo programma restituisce un’immagine infatti globale ed eclettica, emblematica nell’inevitabile incompletezza: un concerto di musica classica che snobba le forme classiche. Con autori provenienti dal mondo occidentale e dal mondo sovietico, dall’Europa e dall’America bianca, nera e multietnica; pezzi che elevano un’ode non all’amata o alla nazione, ma al “Che”, o che nell’omaggiare Beethoven lo satireggiano, o rivendicano la specificità nera o popolare, o piegano la tecnologia a modi ironico-creativi, o prescindono addirittura da strumenti musicali, o sconfinano nell’azione happening.
La nuova composizione in prima assoluta, commissionata appositamente per l’occasione a Giovanni Mancuso, sguardo a posteriori da 50 anni di distanza, partecipe ma fatalmente disincantato, si presenta come “azione politicomagicoacustica su canzoni del Maggio 68”.
Insomma un concerto dove, come non si suol dire, succede un 68. (erreeffe)