Teatro Ariosto

APPUNTI PER UN FILM SULLA LOTTA DI CLASSE

A dicembre del 2005 incontro gli operatori di un call center dove lavorano quasi 4000 persone. Si chiama Atesia, è il più grande in Italia e uno dei maggiori in Europa. Poco più dell’1% sono assunti a tempo indeterminato, ma tutti gli altri sono precari. Almeno cinquanta tra loro si sono organizzati nel collettivo Precariatesia e si incontrano due volte a settimana in un seminterrato per studiare la legge 30, la cosiddetta riforma Biagi che in Italia ha istituito il lavoro a progetto. Alcuni fanno telefonate (out-bound), molti le ricevono (in-bound), qualcun’altro fa entrambe le cose. Quasi tutti lavorano a cottimo. Più restano al telefono, più guadagnano soldi fino a una soglia che si aggira attorno ai tre minuti oltre la quale conviene troncare la chiamata perché l’azienda smette di pagarli. Parlano al telefono a nome di operatori telefonici con clienti che si vogliono scaricare l’ultima suoneria di tendenza, rispondono per conto di aziende che imbottigliano bibite gassate o gonfiano reggiseno push-up. Sono i lavoratori squattrinati nascosti dietro ai numeri gratuiti che compaiono sui pacchi di pasta e di biscotti. Il loro guadagno è sempre meno di mille euro lordi al mese, ma spesso per non scendere sotto la metà di questo compenso medio sono costretti a fare anche tre lavori precari contemporaneamente.

Il call center sta nella periferia di Roma dove abito anch’io. Nello stesso edificio di un grande centro commerciale. Le persone che incontro fanno parte di un collettivo auto-organizzato e hanno già preparato scioperi ai quali hanno aderito anche il 90% dei lavoratori. Producono un giornale e cinque mesi prima hanno fatto un esposto all’ufficio provinciale del lavoro di Roma chiedendo un’indagine sulla natura del lavoro in azienda, sulla validità dei contratti che hanno firmato e sul rispetto delle norme di sicurezza. I firmatari dell’esposto sono quasi tutti licenziati o non-riassunti, ma restano a lavorare per il collettivo. Vanno davanti all’azienda, parlano con i lavoratori, gli spiegano quali sono i loro diritti. Incominciano a raccontare anche a me la loro storia e io li ascolto, li registro, scrivo appunti. Appunti attorno a un personaggio che potrebbe avere poco più di trent’anni, che potrebbe lavorare in un call center, che potrebbe vivere in un condominio qualunque della periferia romana dove sono nato. Dove vivo.

Il 1° maggio del 2006 con Matteo D’Agostino, Roberto Boarini e Luca Casadei cantiamo una canzone al concerto di piazza san Giovanni. È il primo frammento che abbiamo scritto sull’argomento e alla fine del mese siamo al Piccolo Teatro di Milano con "Appunti per un film sulla lotta di classe". Da poco in Italia ci sono state le elezioni. Berlusconi è stato sconfitto per pochi voti, ora c’è un governo di centro-sinistra. Una settimana dopo il debutto dello spettacolo il ministro del lavoro emana una circolare nella quale si distinguono i lavoratori out-bound dagli in-bound, i primi devono essere riconosciuti come veri e propri lavoratori subordinati, i secondi possono continuare a lavorare come precari se nel loro contratto è realmente indicato un progetto che li individua come lavoratori autonomi. A agosto dopo 13 mesi di ispezione, l’ufficio provinciale del lavoro di Roma da ragione al collettivo. I lavoratori del call center Atesia devono essere tutti assunti a tempo indeterminato. L’azienda ricorre al tribunale regionale, il governo fa immediatamente un condono, la situazione si complica.

Così da settembre lo spettacolo deve cambiare nel tentativo di seguire i cambiamenti del lavoro precario in Italia. E mentre gli appunti aumentano, ci allontaniamo sempre di più dal primo tema del lavoro precario per andare verso quello della lotta di classe, un conflitto inevitabile in una società fatta di Prozac e Mulini Bianchi, di divi del cinema e chilocalorie. Gli appunti aumentano e il personaggio di questa storia incomincia a leggere Marx e la Settimana Enigmistica, ha una madre che supera la depressione pulendo il bagno, un fratello che dice le parole al contrario, un gatto misterioso e apparentemente stitico. Nel suo condominio vive una prostituta che puzza di copertone bruciato, un portiere con il figlio innamorato di donne anziane, Marinella che fa i turni di giorno al call center, ma la sua voce registrata è presente anche di notte. E poi c’è la fabbrica dei telefoni, il supermercato dove Dio va a fare la spesa, il bagno del centro commerciale frequentato dal fascista e soprattutto il telefono che squilla quando chiama il cliente che ha perso tutti i suoi soldi nella ricarica, il bambino che dice le parolacce o il maniaco che soffia nella cornetta. Tanti appunti che non vengono mai raccontati tutti insieme nella stessa replica. Appunti che cambiano e ai quali si affiancano le canzoni sul ladro che ruba nella casa di un altro ladro, sul disertore morto che non può fermarsi al semaforo rosso, sui partigiani che vanno a ritirare la pensione, sull’amore impossibile degli innamorati cardiopatici, sulla rivoluzione che inizia tra cinque minuti, sul bruco che vive nel buco…

Ascanio Celestini